Ishita Dey, La violenza sulle donne in India


India

Traggo dal sito Connessioni precarie, un articolo di Ishita Dey, dottoranda della Dehli Scool of Economics, che spiega le ragioni della protesta indiana contro la violenza di genere, prodotta dal sadismo di una millenaria cultura patriarcale che trova nuove ragioni per opprimere le donne.

Le donne hanno tutto il diritto di essere audaci.
Saremo spericolate, saremo avventate,
non saremo preoccupate dalla nostra sicurezza, tu non ci detterai quale vestito dobbiamo indossare
a che ora dobbiamo andare in qualche posto … a che ora dobbiamo tornare
.

Dehli, la capitale nazionale dell’India, è scossa dalle proteste delle organizzazioni studentesche, di vari gruppi e di individui che si riversano nell’India Gate, una piazza in prossimità del Rashtrapati Bhavan e di altri centri di potere. La gente è scesa in strada per protestare contro lo stupro di gruppo di una studentessa ventitreenne su un autobus in movimento. Ci sono stati scontri tra i dimostranti e la polizia. Che la polizia reprima simili manifestazioni non è inusuale e le organizzazioni studentesche presenti a Dehli hanno organizzato una marcia di protesta per condannare la repressione poliziesca e per continuare la lotta contro la violenza contro le donne a Jantar Mandar. A New Dehli è stata imposta la sezione 144 del codice di procedura penale che vieta le assemblee di quattro o più persone in ogni luogo, eccetto Jantar Mantar.

La capitale della più grande democrazia al mondo è diventata una fortezza con un imponente dispiegamento di polizia nelle strade che portano all’India Gate e a Rasina Hill. Nove stazioni della metropolitana nelle vicinanze della sede delle proteste sono state chiuse dalla polizia di Dehli fino a nuovo ordine. Un’entrata della stazione della metropolitana di Rajiv Chowk (la stazione che collega con Connaught Place) era aperta la sera che tornavo dalla protesta, mentre la parte centrale della città continua a essere una fortezza in nome della sicurezza. La sicurezza di chi?, mi domando. Tra crescenti proteste, la città è stata testimone di un altro caso di aggressione sessuale a Dehli, il 21 dicembre 2012.

È necessario collocare la violenza contro le donne di Dehli all’interno delle strutture patriarcali che tagliano trasversalmente quelle socio-politiche. Pratiksha Baxi nel suo articolo Le culture dello stupro in India sostiene che «dopo l’attacco brutale alla ventitreenne che sta lottando per la sua vita, il discorso parlamentare sullo stupro usa la violenza sessuale come risorsa per fare politica e quindi ha nuovamente sancito la cultura dello stupro. Sostenere che lo stupro sia peggiore della morte e che esso meriti la pena di morte, significa relegare le donne che sopravvivono allo stupro tra i morti viventi. I meccanismi sociali, politici e giuridici della vergogna, dell’umiliazione e del boicottaggio delle sopravissute allo stupro non sono messi in discussione. Né tanto meno vengono spiazzati i meccanismi che convertono i racconti di stupro in una fonte di ulteriore stimolazione ed eccitazione».

Ogni volta che in India c’è stato un caso di violenza sulle donne, ci sono stati costanti riferimenti all’ora alla quale quella donna tornava a casa. Chi era con lei? Per esempio nel 2008, quando la giornalista Soumya Visvanathan è stata uccisa, il nostro Onorevole primo ministro Sheila Dixit commentò: «Tutta sola fino alle tre di notte in una città dove la gente crede … sapete … non dovete essere così audaci». Insomma, se siete donne e abitate a Dehli vi dicono di non essere audaci. Per favore tornate alle vostre case o ai dormitori entro orari determinati. Per esempio il dormitorio femminile dell’università di Dehli ha un coprifuoco. Quest’ultimo non è però adatto ai dormitori maschili. Il coprifuoco sulla mobilità delle donne e sull’accesso al trasporto pubblico nella città di Dehli ha una lunga tradizione. Prima che, durante i giochi del Commonwealth, fossero introdotte le linee degli autobus di colore verde, rosso e arancio, avevamo gli autobus della linea blu. Su questi ultimi (gli autobus che io stessa ho preso) gli uomini, tanto i passeggeri quanto gli autisti, pensano di potersi strusciare addosso a te, di poterti pizzicare e di poter fare commenti osceni. Se protesti, la gente ghigna e solo se sei veramente fortunata puoi trovare qualche uomo o donna che ti sostenga. La mia prima esperienza di molestia sessuale a Dehli risale a una corsa sull’autobus della linea blu. Tornata a casa, la mia compagna di stanza mi disse: «Che cos’è quella chiazza bianca? Sei proprio una scema. Hai fatto tutta la strada in quel modo». Quando gettai il mio kurta favorito nella pattumiera realizzai una volta di più che ero stato il bersaglio del piacere onanistico dell’eccitazione maschile, ma, senza fare lo sforzo di denunciarlo alla polizia, andai avanti piangendo per il disgusto e la rabbia. Parecchie altre donne che abitavano con me in affitto condivisero simili esperienze per consolarmi. Ho pensato: «Non sono stata prudente. Non sono stata attenta». Come segnala Sreemoyee Piu Kundu sul suo blog, nell’articolo Belle tette queste esperienze ti fanno comprendere che sei una donna, esperienze come queste ti fanno crescere.

Torniamo al 2012. Noi eravamo felici quando è stata introdotta la metropolitana. Pensavamo: «Sono finiti i tempi delle molestie sugli autobus della linea blu». Nei vagoni della metro abbiamo scompartimenti per sole donne, dove gli uomini entrano ripetutamente con prepotenza fino a quando non sono multati. Sì, abbiamo bisogno di multe per trattenere gli uomini dall’entrare in scompartimenti riservati. Questa è l’esperienza quotidiana di una donna che ha accesso al trasporto pubblico a Dehli e può talvolta permettersi di noleggiare un taxi privato. Non voglio parlare qui per le donne che lavorano come lavoratrici domestiche, lavoratrici salariate e operaie di fabbrica. Ogni donna ha una storia differente e voglio chiarire che non sto parlando per donne che vivono diverse situazioni. Non sarebbe giusto.

Ogni volta che la sera torno «tardi» e non c’è nessuna «auto» che mi porti a casa, potrei capitare in una fermata non illuminata del bus, potrei prendere un risciò a pedali che potrebbe farmi pagare il doppio della tariffa, potrei essere molestata da un motociclista e un SUV potrebbe fermarsi per fare commenti osceni. Così nonostante tutti quelli che pensano (in particolare lo Stato) che i «migranti» siano una minaccia, i dati indicano che spesso le donne conoscono i loro violentatori (che vanno dai familiari ai vicini di casa). Ogni volta che un veicolo si è fermato, io l’ho ignorato, mi sono arrabbiata e sono andata avanti. Il problema è che ogni volta che è successo a qualche donna in città, c’è chi ha avuto il coraggio di sporgere denuncia, di affrontare la sua lotta solitaria, alcune battaglie sono state vinte e «noi» siamo andate avanti. Ogni volta ho partecipato alle manifestazioni di protesta pensando: «quando è troppo è troppo».

Con i molti altri che hanno fatto sentire la loro voce in solidarietà con la gente di Dehli contro la violenza sulle donne qui e altrove, anche questa volta voglio ripetere: «quando è troppo è troppo». La violenza contro le donne è stata usata sistematicamente in varie parti di questo paese. Quando ci uniamo chiedendo giustizia contro gli esecutori accusati dello stupro di gruppo a Dehli, dobbiamo pensare anche ai modi in cui i meccanismi statali hanno fallito nel rispondere alle denuncie di violenza sessuale contro le donne in Kashmir, Manipur e Chhattisgarh. Il fallimento dello Stato e la cultura patriarcale che sostiene le aggressioni sessuali contro le donne devono essere condannati, e ogni volta che qualcuno mi ricorda che sono una donna e che devo essere prudente nella mia stessa città, nel mio villaggio, a casa mia, vorrei fare risuonare ciò che Kavita Krishnan, segretaria della  All India Progressive Women’s Association ha detto in un’intervista:

Le donne hanno tutto il diritto di essere audaci. Saremo spericolate, saremo avventate, non saremo preoccupate dalla nostra sicurezza, tu non ci detterai quale vestito dobbiamo indossare … a che ora dobbiamo andare in qualche posto … a che ora dobbiamo tornare.

Addio a Damini

Ancora violenza in India

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5 commenti on “Ishita Dey, La violenza sulle donne in India”

  1. Pietro scrive:

    Cara Gabriella,
    grazie per l’efficace articolo che hai postato. Mi sento umiliato come uomo, come marito
    e come padre di una giovane ragazza che si affaccia alla vita in un mondo così degradato.
    Mi convinco sempre più che l’evoluzione della potenza tecnologica sia inversamente proporzionale al grado dello sviluppo cerebrale, soprattutto di quella schiera di sedicenti
    “uomini” che si muovono in stanze di cristalli delicatissimi come pachidermi ciechi.

    L’indipendenza della donne e il parroco di S. Terenzo

    26 mercoledì dic 2012

    Ora ci sarebbero tanti modi di rispondere a Piero Corsi, parroco di S.Terenzo presso Lerici, che ha esposto nella bacheca della chiesa una lettera (manco farina del suo sacco, si tratta di un post riciclato da Pontifex) in cui invita le donne a fare autocritica, perché se vengono ammazzate o riemepite di botte da parte di mariti e stalker assortiti la colpa è loro.

    Sono loro infatti, sostiene il parroco, che provocano e si sono allontanate dai loro doveri: vanno in giro in abiti succinti, non fanno più le sguattere in famiglia lasciando le case sporche e servendo piatti freddi o comprati al primo fast food, amano la biancheria provocante che occhieggia dalle vetrine dei negozi del centro, quelle di fronte alle quali i poveri uomini devono passare di corsa senza osare alzare gli occhi per evitare di arraparsi e stuprare la prima povera disgraziata innocente che incontrano.

    Ci sarebbero tanti modi, dicevo, il primo dei quali sarebbe chiedere al parroco perché odi tanto non le donne, ma soprattutto gli uomini, che dalla sua lettera (o meglio dalla lettera che ha condiviso, perché manco è capace di scriverle da solo, ‘ste cose) vengono descritti veramente come una razza inferiore e subumana, porelli: così stupidi da non essere in grado, per esempio, di prendere una scopa in mano e pulirsi casa da soli, passare del tempo con i pargoli che hanno messo al mondo o accendere un microonde per scaldarsi un pasto; per non parlare delle evidenti turbe sessuali di cui soffrono, se basta loro la vista di un manichino in reggiseno nella vetrina di una boutique del centro per perdere il controllo dei loro istinti.

    Ci sarebbero infiniti modi di rispondere al parroco insomma, soprattutto chiedendosi come può un sacerdote del genere essere messo a capo di una comunità, dato che è evidente che non ha la più pallida idea di come giri il mondo e funzioni una famiglia, e non gli passi neanche per il capo che i pasti freddi e i figli lasciati per ore da soli al pomeriggio non siano dovuti al fatto che le madri (o meglio, entrambi i genitori) sono dei disgraziati, ma che entrambi lavorino fino a sera perché senza due stipendi non si arriva a fine mese, e non esistano strutture che li aiutino nella fatica di tenere in piedi anche una famiglia.

    Ci sarebbero infiniti modi di rispondere, quindi, ma forse il più sensato è quello di riprendere un passaggio di quella delirante lettera, quello in cui dice che le donne se la vanno a cercare la violenza perché “cadono nell’arroganza e si sentono indipendenti”. E dire al parroco, e a tutti quelli che la pensano come lui; cari, non è che “pensiamo” di essere indipendenti. Lo siamo. Fatevene una ragione e basta.

    Da: Il Nuovo Mondo di Galatea

    • Capisco i tuoi sentimenti, ma non penso che gli uomini degni del nome debbano condividere la responsabilità di chi ammazza, stupra o deplora l’autonomia delle donne dalle pagine di un sito. Piuttosto, c’è bisogno di energia e convinzione per combattere la battaglia culturale (non solo nostra) contro i privilegi maschili (a casa e fuori); la strada è decisamente lunga.


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